--------------------------Ognuno di noi si porta dietro la storia delle sue appartenenze.
----------------Nel bene e nel male. Ma di questo retaggio non vogliamo rimanere prigionieri. ----------

domenica 18 marzo 2012

E' finita in burletta


La chiusura dei festeggiamenti per il 150° dell’Unità d’Italia è finita in burletta. Nel salone dei Corazzieri al Quirinale, gran cerimoniere il giullare Benigni. Il quale ancora una volta ha evidenziato che ancor di più si rende comico quando pretende di fare cose serie. Esilaranti le sue “letture” della Divina Commedia; per chi ha presente le performance di Carmelo Bene. Stavolta la volgarizzazione edulcorata del pathos dantesco è stata trasferita al dramma della guerra civile. Il comico, compiendo una operazione un po’ ruffiana, ha letto alcune lettere di condannati a morte della Resistenza, suscitando lacrime di circostanza dai mantenuti della politica presenti nel salone. Operazione ruffiana perché leggendo queste lettere è facile strappare consensi. Tanto per far capire di cosa si tratta ne riportiamo alcune.

Carissimi, mamma, papà, fratello e sorella e (…) tutti, mi trovo a breve distanza dall’ esecuzione. Mi sento però calmo e muoio sereno e con l’animo tranquillo. Contento di morire per la nostra causa: il (….) e per la nostra cara e bella Italia. Il sole risplenderà su noi “domani” perché TUTTI riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto noi. Voi siate forti come lo sono io e non disperate. Voglio che voi siate fieri ed orgogliosi del vostro Albuni che sempre vi ha voluto bene.


Miei cari, muoio senza rimpianti, perché so di avere la coscienza pulito e so di avere compiuto il mio dovere verso la patria. Mai come ora sento di amarvi e vi sento vicini. Non piangete troppo su di me e ricordatevi sempre nelle vostre preghiere. So di avere sempre fatto il mio dovere di figlio e di avervi sempre amato con tutto me stesso, anche se forse non ve l’ho saputo sempre dimostrare. Perdonatemi se qualche dolore vi ho dato. Iddio vi protegga e vi dia la forza di sopportare questo grande dolore. Che il mio sangue frutti almeno qualcosa di buono per l’Italia che tanto ho amato. Vi abbraccio e vi bacio forte forte. Guido

Non mi dite che non vi siete commossi. Comunque di operazione ruffiana si è trattato. Infatti le lettere sopra riportate sono di un condannato a morte della RSI e di un condannato a morte della Resistenza ed è alquanto difficile dire chi sia il partigiano e chi il fascista. Allora se il giullare di regime voleva fare un obbligatorio richiamo a quel rito nostalgico che presto sarà celebrato, poteva porsi la domanda se, quei partigiani morti, vedessero oggi questa italietta potessero considerarsi soddisfatti. Cosa ne penserebbero gli autori di quelle lettere, di una classe politica che ha disatteso se non traditi i principi costituzionali ? Un’italietta che non ha difeso il lavoro, che ha svenduto sovranità nazionale e monetaria, che ha sospeso le garanzie democratiche grazie al fattivo interessamento dell’attuale inquilino del Quirinale. Ma è ovvio che tali domande, di fronte a simile platea, non sono neanche pensabili. Ed allora operazione ruffiana e buttarla sul ridere. Compitino perfettamente riuscito se lo stesso Napolitano salendo sul palco dice che “ E’ difficile parlare dopo di lui”. Insomma il comico e la spalla. Ieri avevamo Totò e Beppino, due maestri. Oggi ci tocca Benigni e Napolitano. Segno del decadimento dei tempi.

martedì 13 marzo 2012

L'accordo


“Negli Stati moderni si conoscono almeno sei tipi di potere, tutti strutturati in forma piramidale e con un’élite al comando: il potere politico, il potere economico, il potere giudiziario, il potere mediatico, il potere religioso, e il poco ortodosso, ma assai italiano, potere criminale. A seconda delle fasi storiche, questi poteri possono combattersi, allearsi o ignorarsi in base a ogni genere di combinazione possibile.”

(Francesco Cossiga, “Fotti il potere”, pag. 16)

Le cronache di questi giorni ci ricordano che questa è una Repubblica che non conta niente. Non ha mai avuto sovranità nazionale, e sempre sulla pelle degli italiani si sono giocate partite decise oltreoceano. Ci avevano raccontato che con l’avvento del professore dal loden verde ( ultimamente è diventato blu, forse per rafforzare il ruolo istituzionale) l’Italia aveva riacquistato una credibilità internazionale che sotto il governo Berlusconi era andata perduta. Ed infatti la vicenda dei marò in India e l’uccisione dell’ostaggio italiano da parte di “fuoco amico”,sono lì a dimostrarci che ancora oggi, fuori dai confini nazionali, siamo considerati meno di niente. Utili e sciocchi servi buoni soltanto ad appecorarsi di fronte alle richieste dell’occupante. La supposta credibilità internazionale riacquistata si limita soltanto alla certezza che avendo posizionato a Palazzo Chigi l’uomo della trilaterale garantiamo, senza scherzi, il pagamento del presunto debito pubblico che il sistema di strozzinaggio mondiale pretende da noi. Tutto qui, sul resto continuano tranquillamente gli schiaffi. In questo quadro disarmante, per la credibilità di questo Stato, viene ad aggiungersi la sentenza della Corte di Assise di Firenze. La quale arriva alla conclusione che una trattativa tra mafia e Stato negli anni novanta “indubbiamente ci fu”. Non solo trattativa ci fu, ma vi è certezza che lo Stato abbia cercato di avviare negoziati con Cosa Nostra, dove ad assumere l’iniziativa sarebbero stati alti rappresentanti dello Stato stesso e non gli uomini della mafia. E tanto per fare chiarezza la stessa Corte ci dice che «Le gravi affermazioni formulate da alcuni collaboratori di giustizia sul senatore Dell’Utri e su di un consapevole appoggio dato alla mafia dallo stesso Silvio Berlusconi e dal movimento politico da lui fondato nel ’93, a quel che consta non hanno ricevuto una verifica giudiziaria, neppure interlocutoria».

La botta è grande e praticamente rafforza un quadro che già si era delineato ultimamente. In dicembre gli ex Presidenti della Repubblica Scalfaro e Ciampi furono ascoltati sulla vicenda, l’ex guardiasigilli Conso assunse su di se la decisione di non rinnovare numerosi 41 bis. La Commissione antimafia ha acquisito agli atti l'originale della circolare del Dap che il 6 marzo 1993 riferiva di riserve del capo della polizia, Vincenzo Parisi e del ministero dell'Interno, sull'«eccessiva durezza» del 41 bis, «strumento eccezionale e temporaneo». Chiedeva la revoca in blocco dei decreti per sostituirli con una legge che consentisse la registrazione dei colloqui in carcere tra mafiosi e parenti. Era indirizzata a Giuseppe La Greca, ex capo di gabinetto di Conso, che chiaramente durante l’audizione davanti alla stessa commissione rispose con tanti «non so». Affermazione dietro la quale si sono trincerati in varie occasioni ex presidenti della Repubblica, ex ministri e notabili vari. C’è poi la storia del presunto colloquio tra Borsellino e Mancino, e proprio in questi giorni ci dicono che il magistrato fu fatto saltare perché si opponeva alla trattativa Stato-mafia. Un gran casino dunque. Dove i protagonisti non assumono più i colori forti del bianco e del nero, i buoni ed i cattivi non sono poi così identificabili. Ed i massimi rappresentanti di questo Stato razziatore e servo, rischiano di andare sul banco degli imputati per il reato di associazione esterna alla mafia. C’è bisogno di aria pulita.

mercoledì 7 marzo 2012

Le lacrime degli sconfitti


Il refrain di una vecchia canzone raccontava che “ bisogna saper perdere, non sempre si può vincere…” . Un saggio concetto che sembra non accolto da chi in questi ultimi giorni ha preso sberle sonore dalle urne. Siano le stesse procedure elettorali cose serie o manifestazioni autogestite ed un po’ farlocche. In Russia Putin ha vinto di gran lunga, e subito scattano denunce di brogli. Gli USA pretendono una inchiesta ed intanto foraggiano le avanguardie della prossima rivoluzione colorata che scendono in strada. Fortunatamente chi ha vinto pretende di comandare e distribuisce una giusta dose di bastonate agli agenti della Cia. Come insegna l’esperienza libica prevenire è meglio che curare. E chissà che ammonito da quella vicenda, memore del suo passato nel KGB, il vincitore delle elezioni, appena Berlusconi sarà sbarcato sul suolo russo non lo faccia salire su una grossa vettura nera e lo spedisca in un viaggio senza ritorno verso una ignota località. Perché; per l'ultimo zar, continuare a fidarsi di un viscido ometto come il cavaliere sarebbe un errore fatale . Tornando ai fatti di casa nostra ed a quel circo Barnum rappresentato dalle primarie palermitane del PD, c’è da dire che il quadro che ne esce è alquanto desolante. Per i piddiini e per chi crede ancora ad un ruolo dei partiti istituzionalizzati. Di sincero sollazzo per noi. Al fine di evitare le figure di cacca raccolte a Milano, Napoli e Genova dove lo stesso PD era riuscito nella non facile impresa di perdere pure le sue primarie, questa volta era stato fatto un accordo preventivo con IDV e SEL per un candidato comune. Dal nome altisonante. Non per meriti propri, ma principalmente per fattori di consanguineità. Comunque sia sembrava già fatta prima di partire. Una corazzata contro cui dovevano infrangersi i navicelli rappresentati dagli altri candidati. Ed invece anche qui sberle. E di quelle sonore. Della qual cosa sinceramente non ce ne frega un bel niente, senonché questo risultato ha dato la stura ad un teatrino niente male. L’eurodeputata, palesemente stizzita e punta sull’orgoglio, ha ripudiato tutta quella retorica sul valore della democrazia intesa come conta dei nasi per dirla con le parole di Nietzsche. I numeri non contano più, sono falsati, necessita una nuova verifica. A rinforzare il concetto ha pensato Leoluca Orlando che nella trasmissione “Omnibus” su la 7 è arrivato a parlare di voto inquinato. Andiamo bene. Gli alternativi al berlusconismo, riescono a truccare pure le elezioni in casa loro. Venghino signori, venghino signori, più persone entrano più bestie si vedono.

venerdì 2 marzo 2012

Capitani d'industria


Due notizie di ieri. La prima: i dati Istat ci raccontano che la disoccupazione in Italia ha raggiunto il livello del 9%. La seconda proviene da una agenzia Agi: "Non abbiamo portato via lavoro dall'Italia, abbiamo portato cultura in Vietnam": con queste parole il presidente e ad del gruppo Piaggio, Roberto Colaninno, ha tagliato il nastro del nuovo stabilimento vietnamita, costruito accanto al primo, inaugurato nel 2009 nel distretto industriale di Vinh Phuc nei pressi di Hanoi e che sara' destinato alla produzione di motori. Colaninno ha tenuto a ribadire che la strategia del gruppo non e' di delocalizzazione ma di globalizzazione.

Adesso si filosofeggia tra delocalizzazione e globalizzazione. Come se il risultato non fosse lo stesso. Aziende italiane che chiudono o comunque non fanno nascere posti di lavoro, per privilegiare investimenti dove la mano d’opera si paga con qualche ciotola di riso, e poi pretendere di riportare quei prodotti su un mercato le cui popolazioni sono state messe a casa. Non occorre essere tecnici e professori per capire che le due notizie sono in stretta relazione. Non occorre essere tecnici e professori per capire che i nostri problemi non sono causati da tassisti e farmacie.

lunedì 20 febbraio 2012

Dalla nave alla neve


Dalla nave alla neve. E così si può continuare tranquillamente a distogliere l’attenzione dalla realtà che incombe su tutti noi, e che si appresta a travolgerci. Dalla nave alla neve. Niente metafore comunque, soltanto uno spaccato della cialtroneria che contraddistingue questa italietta. Atto primo. Il naufragio della Concordia sullo scoglio dell’Isola del Giglio. Non è necessario ripercorrere la storia di quelle ore; tanto siamo stati sommersi da interviste , video, registrazioni che tutte tendono a mettere all’indice la figura del comandante Schettino. E’ ovvio che il responsabile della nave rimane il comandante e dunque sulle sue spalle ricade la responsabilità ultima dell’accaduto. Ma tutto questo gran baccano mediatico si è limitato al clamore, ed infatti ha assolto magnificamente allo scopo di distrarre, evitando accuratamente di scendere nell’approfondimento. Ma crediamo veramente che tutto il fardello sia da scaricare sulle spalle di”o bello guagliò” ? Ma ci vogliono far credere che sia normale la pratica consolidata che vede una nave di una lunghezza di 220 metri con una stazza di circa 100.000 tonnellate scorazzare alla velocità di 15 nodi a 100 metri dalle coste dell’isola? O “bello guagliò” avrà tutte le sue responsabilità, ma se dobbiamo sorbirci una campagna di stampa martellante, perlomeno si abbia il coraggio di scovare i corresponsabili di questa tragedia. Che ci sono, e rivestono ruoli pubblici.

A Giglio Castello è affissa una lapide in marmo che testualmente recita “Alla memoria dei gigliesi che pochi di numero quasi inermi il 18 novembre 1799 respingevano fugandoli duemila tunisini”. Ecco, i gigliesi di oggi, o per la precisione chi rappresenta quella comunità, non se l’è sentita di respingere l’assalto dei nuovi tunisini. Intendendo con questo termine i nuovi predoni rappresentati da un turismo di massa che stravolge e distrugge con i suoi riti consolidati ogni luogo che tocca. Parlare di crocieristi fa ridere. Reclusi in uno scatolone di ferro dalle sembianze di portacontainer, tutti presi a giocare alle slots machines, ad assistere a spettacoli di intrattenimento ed a traccagnare portate su portate. Il mare è un pretesto. Potrebbero rinchiuderli in un pulman e scarrettarli da Bolzano a Reggio Calabria o sbatterli in un capannone industriale di periferia, che non si accorgerebbero della differenza. E farebbero meno danni. Il disastro ecologico non è per niente scongiurato ed adesso il Sindaco del Giglio, Sergio Ortelli, si dice preoccupato per la nuova stagione turistica oramai alle porte. Ma era lo stesso Ortelli che in altri tempi si faceva interprete di un ringraziamento personale verso il comandante di Costa Concordia per il passaggio ravvicinato. Quello dell’”inchino” era cosa conosciuta. Sarebbe interessante, ad esempio, sapere quali iniziative il presidente del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano abbia intrapreso nel corso degli anni, per cercare di opporsi a tale consuetudine. Rimane poi tutta quella catena di comando, che partendo dai distaccamenti locali arriva sino alla Capitaneria di Porto di Livorno. Sino a quel Gregorio de Falco assurto al ruolo di “eroe” solo per aver gridato “salga a bordo cazzo”. Va bene che i tempi sono quelli che sono, ma se basta gridare “ salga a bordo cazzo” per divenire eroi siamo messi maluccio. Della questione ne parlavo con l’amico Paolo, che può vantare una certa tradizione familiare nel campo della marineria. Mi faceva notare la sua difficoltà ad assimilare le gesta dello zio, avvenute nel marzo del 1941 nella baia di Suda, quando uomini della X° su barchini esplosivi affondarono l’incrociatore inglese York e danneggiarono la petroliera Pericles con il gridare “salga a bordo cazzo”. Eroe lo zio lo è stato, guadagnandosi una medaglia d’oro al V.M., eroe il De Falco è stato nominato sul campo da una stampa ruffiana. Ma al di la di queste differenze, segno del decadimento dei tempi, nessun giornalista ha osato chiedere all’”eroe” De Falco quali ordinanze , a seguito dell’esame dei tracciati delle rotte delle navi, avesse emanato la Capitaneria di Porto di Livorno per far cessare la perversa pratica dell’inchino e quali provvedimenti abbia la stessa Capitaneria messo in atto per il loro rispetto.

Atto secondo. La nevicata su Roma. Seppure la cosa abbia rivestito un indubbio evento eccezionale, non sono certamente mancate le polemiche che hanno visto contrapporsi il sindaco Alemanno con il nuovo capo della Protezione Civile, l’ex poliziotto dai modi vescovili Franco Gabrielli. Se le sono dette di tutti i colori, con l’immancabile scesa in campo, per ambo i contendenti, di screditati supporters. Sembra che il tutto sia stato originato da una cattiva interpretazione di un bollettino meteo diramato dalla Protezione Civile. Nel quale si parlava di precipitazioni sui 35 millimetri. Il che sembrerebbe corrispondere, come alcuni esperti hanno poi chiarito, a 35 centimetri di neve accumulata sul suolo. Adesso quelli della Protezione Civile non possano pensare che Alemanno sia in grado di interpretare tali dati, ma neanche sembra che lo stesso si sia dotato di una struttura tecnica che lo affianchi in simili emergenze e che sia in grado di tradurgli i dispacci che arrivano in tali occasioni. E’ cosa risaputa che invece il sindaco della capitale è solerte nell’adeguarsi agli ordini di servizio che giungono dai capetti sionisti dell’ex ghetto. L’ultima iniziativa a cui ha partecipato è stato in occasione del furto delle “pietre d’inciampo”; in memoria delle sorelle Graziella, Letizia ed Elvira Spizzichino. Al di là delle solite farneticazioni del solito Pacifici "La nostra pazienza da oggi è finita. Il mondo ebraico non vuole recitare il ruolo delle vittime, non è un ruolo che ci piace. Io dico alle istituzioni che bisogna fare una radiografia di tutti i circoli che fanno attività eversive, sia di destra che di sinistra, e al signor Iannone dico che uomini come lui in questa città non avranno vita facile.”. In questa occasione recitare la propria parte per il sindaco è stato molto più facile che interpretare un bollettino meteo. Ed infatti ha chiosato che "Si tratta di un gesto vile e grave nel suo squallore. È assolutamente necessario che sia condotta un'indagine dettagliata e attenta da parte delle forze dell'ordine. Ho parlato con il capo della Digos, Giannini sollecitando le indagini a seguito della denuncia presentata. Se ci sarà un processo, la città di Roma si costituirà parte civile, ma già da adesso presenterà una propria autonoma denuncia, perché riteniamo che questo gesto sia un affronto all'identità, alla storia e alla memoria della nostra città" Poi si è scoperto che l’autore del furto non era un appartenente a chissà quale fantomatico gruppo organizzato antisemita, ma soltanto un condomino del palazzo dirimpettaio a cui quelle pietre facevano somigliare l’ingresso del condominio stesso ad un loculo cimiteriale. Vabbé sarà per la prossima volta. Allarme meteo intendo. Infatti il successivo fine settimana le cose sono andate assai meglio.

Dalla nave alla neve. Senza metafore, ma soltanto uno spaccato della cialtroneria che contraddistingue questa italietta. E nel mezzo sembra che non sia successo niente. Quando invece non è così. Le consorterie mafiose/massoniche/finanziarie hanno messo altri tasselli nel puzzle che prevede lo strangolamento delle popolazioni.

Nel decreto “Liberalizzazione delle attività economiche e riduzione degli oneri amministrativi sulle imprese” esistono dei passaggi inquietanti che aprono riflessioni su quella che oramai è la nostra sovranità . Nella delega richiesta è stabilito il principio della supremazia del diritto dell’Unione Europea rispetto alla normativa italiana, anche se di livello costituzionale, che disciplinano i rapporti economici. Nella sostanza non esiste più un interesse generale che deriva dai principi costituzionali. Il Governo dei tecnici ( di natura golpista) si sostituisce alla Corte Costituzionale e decide con motu proprio di poter adeguare la nuova normativa ( attesa e condivisa dai mercati) all’ordinamento europeo indipendentemente se è costituzionalmente leggittima. Si capisce bene che qui siamo ben al di là di un bunga bunga tra vecchi libidinosi e giovanotte senza arte ne parte se non quella di cui le ha dotate madre natura. Lì, ad Arcore, andava in scena una degenerazione, che comunque non inficiava i diritti costituzionali di una intera Nazione. Oggi i seriosi tecnici, hanno messo in piedi un governo marcio. Marcio per le modalità con cui è stato formato grazie alle complicità quirinalizie, marcio per l’unanimismo ed il consenso che riceve da destra/centro/sinistra rendendo del tutto evidente la pretestuosa diversità tra i soggetti politici che sinora hanno occupato la scena parlamentare con false contrapposizioni, marcio per il nepotismo che contraddistingue i suoi massimi rappresentanti ma principalmente marcio per i programmi che sta realizzando. Espressione degli interessi delle cupole finanziarie. Questo tanto osannato governo dei tecnici è arrivato là dove il cavaliere mai avrebbe osato spingersi. E’ stata stracciata la carta costituzionale. E sempre storditi da una stampa amica ed incensante per le gesta del “professore”, è passata sottobanco un’altra notizia che segnerà definitivamente e pesantemente il nostro futuro. Il 31 gennaio i capi di Stato e di governo della zona euro hanno sottoscritto il Fiscal Compact . Il quale in semplici parole impone che i singoli Stati non possano dare ai cittadini più di quello che tolgono in tasse. Sarà richiesto il pareggio, ma ancor più auspicabile è il surplus di bilancio. Dare meno di quello che si toglie. In pratica il programma scritto per i prossimi anni sarà l’impoverimento generalizzato. Queste regole dovranno essere incluse nelle varie costituzioni nazionali, per chi non si adeguerà ci sarà la messa in stato di accusa con immancabile multa e costrizione di correzione del bilancio verso il pareggio o surplus. Non si sono registrate voci di dissenso. L’attenzione era tutta per la nave e la neve. L’unico suggerimento degno di nota è arrivato dalla Grecia dove uno dei principali sindacati della polizia ellenica, la Poasy, ha chiesto alle autorità competenti di emettere ordini di arresto a carico dei rappresentanti in Grecia della cosiddetta troika, che accusano apertamente di voler strangolare il Paese attraverso le misure draconiane imposte al governo di Atene per evitare il default. Il messaggio è stato fatto recapitare direttamente agli interessati: Poul Thomsen del Fondo Monetario Internazionale, Servaz Deruz della Commissione Europea e Klaus Mazuch della Bce. "Siate avvertiti del fatto che, in quanto legittimi delegati della polizia greca, esigiamo siano emessi nei vostri confronti ordini di arresto per una vasta gamma di reati previsti dalle leggi vigenti, in armonia con il nostro codice penale", si legge nella missiva della Poasy. Oggi come ieri Grecia culla della civiltà.